Un pungolo tedesco torna ad agitare le banche italiane

Sotto accusa in patria per la loro ritrosia nell’erogare credito a imprese e cittadini, presto le banche italiane dovranno fronteggiare anche stilettate in arrivo da oltre confine. Per esempio dalla Germania. La sfida è già iniziata, per il momento sotto forma di un botta e risposta sul Financial Times, il giornale della City, ma le implicazioni sono potenzialmente vastissime, a partire dalla valutazione che la Banca centrale europea avvierà sulle attività degli istituti subito prima di assumere la vigilanza su tutto il continente. Tutto ha avuto inizio il 1° ottobre, con l’intervento di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, la Banca centrale tedesca, così titolato dal Financial Times: “Smettiamola di incoraggiare le banche a comprare il debito pubblico”.
5 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 13:35 | 12 AGO 20
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Sotto accusa in patria per la loro ritrosia nell’erogare credito a imprese e cittadini, presto le banche italiane dovranno fronteggiare anche stilettate in arrivo da oltre confine. Per esempio dalla Germania. La sfida è già iniziata, per il momento sotto forma di un botta e risposta sul Financial Times, il giornale della City, ma le implicazioni sono potenzialmente vastissime, a partire dalla valutazione che la Banca centrale europea avvierà sulle attività degli istituti subito prima di assumere la vigilanza su tutto il continente. Tutto ha avuto inizio il 1° ottobre, con l’intervento di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, la Banca centrale tedesca, così titolato dal Financial Times: “Smettiamola di incoraggiare le banche a comprare il debito pubblico”. La tesi di fondo: “Il tempo è maturo per occuparsi di come vengono considerate e regolamentate le esposizioni rispetto ai debiti sovrani”. Il problema infatti è che l’attuale impianto regolatorio avrebbe incentivato in tutti questi mesi gli acquisti di titoli del debito sovrano (considerati a rischio zero) da parte delle banche, con un “bias” – o preferenza – per i titoli del debito del proprio paese. Il tutto ricorrendo alla liquidità a buon mercato messa a disposizione dalla Banca centrale europea nel pieno della crisi, cioè facendo leva su quella politica monetaria più espansiva che Weidmann ha sempre criticato. Il banchiere tedesco parla di “banche deboli che investono in bond ad alto rendimento”; non fa nomi ma si riferisce chiaramente agli istituti di paesi come Italia e Spagna, dove la quota di titoli di stato sugli asset bancari è salita al 9 per cento (contro una media del 5,3 per cento nell’Eurozona). “Nessun operatore di mercato giudicherebbe un titolo di stato francese rischioso come uno greco: il livello di rischio si riflette infatti nei rispettivi prezzi. Gli investitori ritengono che i paesi sovrani siano diversi in termini di rischiosità, quindi non ci si dovrebbe sorprendere se l’apparato regolatorio tenesse conto di ciò”. Il ragionamento, non peregrino e nemmeno così innovativo, incuriosisce però per la sua tempistica. L’inviato del Financial Times a Francoforte, Michael Steen, la lega alle voci sempre più insistenti di nuove operazioni di finanziamento illimitato alle banche su cui starebbe ragionando la Bce di Mario Draghi. Weidmann, contrario a nuove immissioni di liquidità, inizierebbe così a mettere dei paletti sull’utilizzo della liquidità in questione.
Un analista di un’importante banca italiana, che chiede di non essere citato, lega invece l’uscita pubblica di Weidmann all’imminente esame degli asset bancari dei principali istituti da parte della Bce. Un processo che avrà luogo nel primo trimestre del 2014 e che è considerato la pietra miliare di una nuova èra, quella della Vigilanza unica e centralizzata all’Eurotower. “Il banchiere tedesco butta benzina sul fuoco. Che i titoli di stato non abbiano rischio zero è vero, ma se oggi aumentiamo anche per questa ragione il fabbisogno di capitale delle banche italiane o spagnole, l’erogazione del credito si farà ancora più difficoltosa”. Draghi ha precisato che le opinioni di Weidmann sono “personali” e che il Consiglio direttivo “non ha previsto interventi o discusso misure in merito”.
Tuttavia una certa preoccupazione nelle banche italiane rimane, e così ieri nel dibattito è intervenuto anche Erik Nielsen, capo economista di Unicredit, prima banca italiana in Europa, con una lettera urticante al Financial Times. Nella lettera, la reprimenda contro il presunto “bias” degli istituti di credito verso i titoli di stato nazionali è giudicato “un po’ sconveniente, provenendo da un alto funzionario tedesco”. Innanzitutto, sostiene Nielsen, perché sono stati gli stessi supervisori tedeschi a introdurre “controlli di capitale de facto all’interno dell’Eurozona”. Il riferimento, spiega Nielsen al Foglio, è al fatto che “i controllori (Bundesbank e Bafin, in Germania, ndr) oggi restringono la possibilità per le banche di prestare oltre una certa soglia ad altre entità, incluse altre banche, nel resto dell’Eurozona, solo sulla base di confini nazionali”. Nielsen questo non lo dice, ma è noto che la stessa Unicredit ha subìto uno stop da parte della Bafin per il trasferimento di fondi verso la capogruppo da parte delle controllate tedesche, avvantaggiate nella raccolta sui mercati come conseguenza della crisi dell’Eurozona. Nielsen poi passa al contrattacco: Weidmann si preoccupi piuttosto di rendere “dure” le norme sul calcolo delle sofferenze bancarie tedesche, “almeno al livello delle regole vigenti in Italia e Spagna”. E’ una tesi che la Banca d’Italia e l’Abi, Associazione bancaria italiana, sostengono da tempo: in Italia la disciplina prudenziale sui crediti deteriorati è più esigente di quella tedesca o francese, e questo – a un’analisi superficiale – potrebbe penalizzare i nostri istituti. In Germania, per esempio, sono i crediti ristrutturati, quelli per cui la banca acconsente a modifiche contrattuali così da agevolare il cliente nel rientro, a essere praticamente non rilevati. Con questo riferimento, quindi, il capo economista di Unicredit, Nielsen, rilancia il dibattito sui criteri che verranno usati per lo screening del settore da parte della Bce e per lo stress test che seguirà subito dopo.
“L’intervento di Weidmann, il cui contenuto sarebbe legittimo in un momento di sereno sui mercati, oggi è chiaramente pro domo sua – dice al Foglio Angelo De Mattia, già funzionario di Banca d’Italia e oggi editorialista di MF/Milano Finanza – Vuole sottolineare le debolezze degli altri e influire così sull’attività di verifica della Bce. La metodologia usata dalla Bce dovrà essere uniforme, ma occorrerà vedere in che direzione sarà livellato il terreno di gioco. Per questo preoccupa il silenzio che sul tema creditizio c’è stato da parte del presidente del Consiglio, Enrico Letta, nel suo discorso per ottenere la fiducia in Parlamento”. L’idea di De Mattia è che, già nella legge di stabilità in preparazione, si debba trovare il modo per affrontare almeno alcune decisioni nel ventaglio di quelle “fondamentali”: sulla deducibilità fiscale delle perdite delle aziende di credito, sulla creazione di un mercato delle sofferenze attraverso l’istituzione di appositi veicoli, sull’azione da compiere per un’armonizzazione, in campo europeo, dei criteri e delle metodologie di valutazione delle principali poste contabili che poi sono oggetto dei diversi test e, più in generale, sul livello di patrimonializzazione degli intermediari creditizi. Nell’attesa, l’offensiva della Bundesbank è a tutto campo: dalla contrarietà alle operazioni di rifinanziamento (Ltro) alla richiesta di requisiti più esigenti per le banche dei paesi periferici, senza dimenticare l’aperto sostegno al ricorso giudiziario pendente contro l’Omt, l’arma salva euro di Draghi.